Vinitaly 2016: opportunità, lamentele e il lato realistico del Mondo del Vino

Vinitaly 2016 - 50esima edizione Salone Internazionale Vini in Italia

Se vi aspettate una rassegna di valutazioni, descrizioni, profumi, sapori e quanto altro vi abbiamo abituato a leggere (non sempre) su queste pagine, credo possiate passare al post precedente. Questa volta vorrei spendere lo spazio di Trovino per raccontarvi cosa ha significato per me Vinitaly 2016, arrivato alla sua 50esima edizione.
Perché è troppo facile girare per l’immensa fiera, guardare la marea di gente che ogni anno accorre ad affollarne i corridoi e padiglioni, criticare qualsiasi cosa, elogiare i soliti noti e dare giudizi su questa o quella cantina o ancora più facilmente sull’organizzazione che non impara mai dai propri errori e ripropone le solite leggerezze.
Lasciamo anche perdere i commenti sulle persone che eccedono con gli assaggi e non sono “intenditori” e vengono a fare la gita, lasciamo perdere il cibo che vorresti trovare e non cercare in un angolo della fiera, non parliamo delle indicazioni che ci sono ma sono sempre nel punto sbagliato, perché non hai seguito perfettamente il percorso che l’organizzazione avrebbe avuto in mente per te.

Parliamo invece di cosa significa Vinitaly oggi. Di cosa rappresenta una fiera come questa all’interno del panorama sia professionale (viticoltori, produttori, cantine, società di export, etc.), sia per la platea di consumatori, siano più o meno ferrati e competenti o appassionati.

Per prima cosa un po’ di numeri, giusto per distinguere Vinitaly da altre manifestazioni tipo quella tenutasi il giorno precedente presso Villa Favorita con VinNatur.
Qui parliamo di oltre 4000 espositori su un’area di 100.000mq con provenienze da 140 paesi differenti. Le presenze attese erano per oltre 55.000 operatori, a detta loro “selezionati” e chissà quanto altro pubblico volenteroso di sobbarcarsi un biglietto da 80€ che per quest’anno nella testa dell’organizzazione avrebbe dovuto aumentare la selezione naturale all’ingresso.

E’ una cosa mastodontica. Vinitaly è’ una realtà che fa un po’ a pugni con l’idea che durante tutto il resto dell’anno, girando per cantine o eventi minori, il mondo dei produttori di vino cerca di comunicare. Un mondo che per 364 giorni impariamo a conoscere ed essere fatto di piccole realtà, di cantinieri che si svegliano all’alba e curano la vigna, accudiscono le piante giorno dopo giorno per veder maturare lentamente i grappoli. Ci raccontano spessissimo di raccolte manuali che preservano intatti gusti e sapori degli acini da portare in cantina, dove con fatica si lavora per preservare e non distruggere quel tesoro a lungo coccolato.
Chiamano le botti per nome, scrivono le etichette a mano, pigiano con i piedi, producono solo qualche migliaio di bottiglie.

Poi una volta all’anno, in realtà per quattro giorni, si mettono gli abiti della festa. Caricano un furgone, incaricano uno standista, pagano il salato prezzo della vetrina internazionale, perché, cari miei, il vino è un prodotto commerciale, e come tale vive in un mondo fatto di soldi, contratti, margini di contribuzione e costo medio al litro.
Poi: marketing, comunicazione, tendenze, personaggi, logiche di cantina, tecnologia, escamotage, anche sofisticazioni e truffe… il mondo del vino è come tutti gli altri settori merceologici. E non vorrei passare per il cattivo di turno, anche se la posa mi si addice, è solo un voler essere adulti nel mondo degli adulti.

Personalmente adoro il profumo delle vigne e mi lascio incantare dai racconti di cantina. Preferisco un pomeriggio seduto su una botte ad assaggiar campionature che una gita a Montalcino bevendo un rosso al chiuso di una bellissima tenuta. Mi piace conoscere i produttori, quelli che si fanno chiamare “vignaioli” perché hanno sulle mani i calli da vigna e non da Mercedes, ma sono una persona adulta e quando passeggio un filo indispettito dalla ressa per i banchetti della sezione ViVit e sento discorsi da taleban-produttore-integerrimo, mi domando seriamente se, da una parte o dall’altra, sia rimasto in questo mondo qualcuno che ha ancora la reale percezione di quello che sta facendo ed in quale contesto lo sta facendo.

Erano 6 anni che non mettevo piede all’interno della fiera di Verona, ne sentivo la mancanza? Forse un po’ si, perché la dinamica è la stessa delle vecchie storie d’amore finite da tempo, tendi a ricordare solo le cose belle, e l’idea di tornare in mezzo a centinaia di produttori mi solleticava parecchio. Diciamo che la fila al casello autostradale in uscita già alle 9 di mattina non è stata una bella presentazione, ma tant’è.

Accrediti fatti e passati i tornelli mi sono ritornate alla memoria vecchie immagini, praticamente una conferma che poco di differente avrei trovato all’interno dei padiglioni, ed effettivamente passano gli anni, ma la dedicazione di Vinitaly è una sola e non cambia. E’ una fiera B2B e come tale viene gestita. Ok lo spazio per i “curiosi appassionati” ma il focus è chiaro. Ed è chiaro e lampante a partire da come sono strutturati gli stand. Hanno una parte “comune” ed una per gli incontri commerciali e di rappresentanza. Forse non è così chiaro per i soliti noti bevitori a sbaffo, che creano file infinite e si sobbarcano ore (giuro ho visto code di ore per un passito) di attesa per mezzo dito servito male, tra l’altro dall’unica cantina che già conoscevano, ma probabilmente troppo cara per essere comprata a bottiglia intera.
Tutti i produttori nessuno escluso, sono li per vendere il loro prodotto, non per raccontare le favole, o meglio, non per raccontarle e basta. Le loro parole devono servire a convincere chi poi le andrà a rivendere ai ristoratori, agli enotecari, ai grandi gruppi di acquisto esteri. Servono per vendere. E non ci trovo assolutamente nulla di male in questo. Anzi, è uno dei pochi momenti nei quali apprezzo lo sforzo delle cantine nel mettere a frutto le conoscenze di marketing e comunicazione necessarie al moderno mondo del commercio.

Si notano le disparità di forze in gioco tra territori. Lombardia, Toscana, Sicilia, hanno padiglioni immensi, racchiudono tantissimi produttori piccoli e parecchie associazioni. Gli stand sono paragonabili a quelli che troviamo presso fiere automobilistiche, curati, disegnati, pensati, per accogliere e raccontare chi una tradizione, chi una “potenza economica”, altri ancora una semplice testimonianza del buon gusto dell’accoglienza. Girando tra questi spazi si incontrano personaggi differenti che hanno probabilmente ragioni diverse per essere presenti e credo che di spazio ce ne sia per tutti. Sono chiaramente a casa loro i compratori, siano ristoratori autonomi nel crearsi la propria selezione, enoteche che passano a salutare i produttori di cui propongono i vini. Ci sono professionisti commerciali che esportano, importano, scambiano in Italia ed all’estero, ci sono sommelier ed assaggiatori curiosi ed interessati. Vengono accolti, quasi alla stessa maniera, il signore cinquantenne che beve vino con gusto e l’enofighetto che domanda un “Grillo in purezza” perché i tagli sono demodé.
Ci sono i gitanti della domenica che intralciano la giornata dei professionisti, stressano i produttori, e colorano di episodi anche grotteschi i racconti di chi torna a casa stremato dopo aver percorso diversi kilometri tra i padiglioni.

Il mio Vinitaly è stato piacevole nonostante tutto. Il mio Vinitaly aveva come scopo quello di salutare alcune conoscenze messe assieme nel corso degli anni lungo tutta la penisola e che normalmente non ho occasione di vedere di persona. Averli tutti nello stesso posto per una giornata è un’occasione più unica che rara, e ne approfitto volentieri. Il mio Vinitaly è fatto per assaggiare in una unica giornata i prodotti di quelle cantine che non ho mai assaggiato, ma delle quali ho sentito parlare e mi hanno incuriosito. I nomi dei quali ho letto durante un anno di curiosità ed ho voglia di testare per capire i perché e per come, rispetto ai racconti di persone fidate e pubblicazioni più o meno quotate. E’ un’occasione, è un tour de force che sinceramente non disdegno.

Il mio Vinitaly è anche una bellissima occasione per andare a provare, nella stessa giornata, e quindi comparare in modo più diretto, i prodotti di grandissime cantine, quelle “commerciali” che solitamente si tende a snobbare, ed invece lavorano su standard di eccellenza che dovrebbero essere valutati e valorizzati al netto dei pregiudizi. Come dicevo, in questo ambiente smaccatamente commerciale, un Chiarli rosato o Premium, non mi imbarazza, anzi è l’occasione giusta per farlo assaggiare agli amici e lasciarli di stucco per quanto buono e godurioso sia.

Ecco, il mio Vinitaly è proprio una giornata di “lavoro”, non è una gita in cantina. E’ una pianificazione serrata alla ricerca dell’ottimizzazione di tempo, che passi per coprire il vuoto informativo accumulato durante l’anno e che solo qui può essere colmato. Il mio Vinitaly è questa cosa qui, senza false aspettative, senza inutili pose da “unto dal signore” o detentore di chissà quale privilegiato palato infastidito dalla democraticissima partecipazione urbi et orbi di chiunque abbia in tasca il quantitativo di moneta necessario e si trovi a passare da quelle parti.

Quindi mi stupisco e mi rattristo quando leggo di produttori che con i loro banchetti di assaggio ben piazzati all’interno di questa situazione, si lanciano in sfoghi accalorati sui social additando la pochezza di questo o quel commento fatto da “non esperti”. Mi dispiace leggere o sentire da viva voce di lamentele a proposito di domande magari poco scaltre su vitigni, legni, regioni di produzione, che tradiscono effettive carenze culturali specifiche, ma vivaddio tradiscono anche una voglia di capire e se non hai la pazienza di parlare anche a quel pubblico, probabilmente sarebbe il caso si stesse a casa, invitando solo gli amici al desco degli eletti e vendendo solo a loro. Senza lamentarsi poi che il capron popolo non beva consapevolmente e si accontenti di prosecchini da 2,30€ comprati al discount. Perché chi vende quei vinelli economici, si è speso per entrare in comunicazione con una grande massa di potenziali consumatori che oggi hanno una gran sete di vino, desiderosi di approfondire e capire o quanto meno di qualcuno che li faccia sentire un po’ meno ignoranti.

Vinitaly 2016: il Mondo del Vino diviso tra romantici e commercianti

In questo senso, con questo spirito disilluso, io ho ritrovato un piacevole Vinitaly. Ascoltando enormi verità dalla bocca di un grandissimo enologo toscano, recentemente imbarcatosi in un’avventura straordinaria con una immensa cantina siciliana in possesso di 6000 ettari di vigneto, che ha manifestato la volontà di cambiare atteggiamento nei confronti dei metodi di coltivazione e vinificazione. Finalmente ho sentito raccontare di come “economicamente” una agricoltura interamente biologica sia migliore di una “convenzionale”. Di come determinati sistemi di allevamento permettano l’uso di tecniche di cantina più economiche e quindi a vantaggio dei consumatori. Finalmente ho sentito giustificazioni oggettive di gran bei discorsi che negli ultimi anni sono sulla bocca di tanti che ne raccontano in modo approssimativo, parziale, soggettivo.

Il mio Vinitaly è stato un bel Vinitaly perché ha onestamente mostrato il fianco “realista” del mondo del vino. Concreto, umanizzato, non nel senso di “a misura d’uomo” ma “da uomo a uomo”, onesto e coerente con la sua dedicazione: una enorme fiera internazionale per il commercio del vino, non la promozione romantica di un mondo eccessivamente naife.

Matteo Luca Brilli, o così piaceva ai miei genitori, che mi hanno graziato della nascita in terra Romagnola, con la R maiuscola, regalandomi così una passione viscerale per il buon bere ed il buon mangiare. Studi di comunicazione a parte ho capito subito che impastare uova e farina accompagnandole con un bicchiere adeguato sarebbe stato il un bel modo di passare le domeniche, e quindi via con i corsi di cucina e poi l'incontro con ONAV, diventando finalmente assaggiatore. Qualche cantiniere mi ha regalato la sua amicizia, qualche Chef ha condiviso i suoi segreti, più di qualche parola è stata messa nero su bianco e tante tante ne verranno ancora.

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Matteo Luca Brilli, o così piaceva ai miei genitori, che mi hanno graziato della nascita in terra Romagnola, con la R maiuscola, regalandomi così una passione viscerale per il buon bere ed il buon mangiare. Studi di comunicazione a parte ho capito subito che impastare uova e farina accompagnandole con un bicchiere adeguato sarebbe stato il un bel modo di passare le domeniche, e quindi via con i corsi di cucina e poi l'incontro con ONAV, diventando finalmente assaggiatore. Qualche cantiniere mi ha regalato la sua amicizia, qualche Chef ha condiviso i suoi segreti, più di qualche parola è stata messa nero su bianco e tante tante ne verranno ancora.

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