Il Vino alla spina ed il saggio bevitore

Vino alla spina da Michele a Treviso

Dopo aver bazzicato il mondo del vino per diversi anni, ogni tanto si ha la voglia e la curiosità di alzare il naso dal bicchiere e far riposare i sensi guardandosi un po’ attorno. Credo sia una cosa che con il tempo capita un po’ a tutti ed in tutti i campi, anche nella vita di tutti i giorni. Passato un primo periodo di grande innamoramento romantico e totalizzante, ma invero un po’ miope ed esclusivista, si acquisiscono esperienza e maggior consapevolezza.
E’ a questo punto che il cuore comincia a lasciar campo al cervello ed un pizzico di razionalità completa il cerchio, rendendo una passione “viscerale” un amore completo e duraturo.
La mia personalissima esperienza relativa al vino ripercorre esattamente questo cammino. Se guardo indietro devo ammettere che i primi anni sono stati disseminati di conversazioni talebane su qualità, tipologie, territori e bottiglie durante le quali, parlando in pratica per stereotipi, ho preso posizioni che oggi mi sembrano insostenibili e poco difendibili. Parlava l’inesperienza e la foga del novizio convinto che esistesse una sola verità.
Ecco quindi perché ho voglia di condividere le riflessioni fatte qualche tempo fa, a proposito di una modalità di acquisto e consumo del vino che ho rivalutato in maniera positiva: il vino alla spina.
Beninteso, non sto per sciorinare una teoria assurda tale per la quale il vino alla spina sia magicamente buono e qualitativamente superiore ad un qualsiasi tre bicchieri… però se avrete la pazienza di leggere potreste trovare spunti interessanti di riflessione.

Dove si trova il Vino alla Spina? Negozi e Rivende di Vino sfuso

In particolare, vorrei parlarvi del vino delle “rivendite sfuse” per raccontarvi di come spessissimo siamo vittime di pregiudizio nel considerarlo infimo nella qualità ed indegno di qualsiasi acquisto.
A scanso di equivoci, premetto subito che il discorso che andrò a fare ovviamente non si può applicare indistintamente a tutti questi negozi in assoluto. Vanno chiaramente valutati caso per caso e soprattutto territorio per territorio, ma l’esperienza mi porta comunque ad affermare che spendere 20 minuti per assaggiare i vini in questione e valutarli, non siano minuti spesi male in assoluto.

Proviamo ad inquadrare i soggetti. Il modello di business è presto detto, i vini alla spina si vendono soprattutto in negozi, non enoteche. Sono un prodotto commerciale esattamente come la frutta dal fruttivendolo. Ci sono alle spalle grossisti che offrono, oltre alla materia prima, una serie di servizi di creazione del punto vendita, affitto dei macchinari, addirittura servizi finanziari ed in negozio troviamo per lo più commercianti che poco o molto poco sanno di vino e di enologia. Fino a qualche anno fa sarebbe bastata questa descrizione a tenermici lontano chilometri, oggi sono molto più possibilista. Al vostro ortolano sotto casa, in fondo, non fate un cruccio del non saper come condurre un campo di pomodori, così non recrimino al venditore di vino il non conoscere il nome dell’enologo che ha creato quello che sta vendendo.

Vino alla spina - Nel negozio di Michele a Treviso

Generalmente i negozi sono estremamente piccoli. Un bancone, magari qualche sgabello, ma soprattutto cisterne per il vino. Grandi o meno grandi, mascherate da botti per vino o direttamente in acciaio e ben visibili, sono comunque recipienti da qualche decina di litri di vino. Solitamente si trovano in mescita dagli otto ai dodici vini differenti, con costi variabili da poco sotto i 2€ fino ai 3, massimo 4€ al litro. E’ possibile entrare in negozio con i propri contenitori da riempire o comprare direttamente le bottiglie vuote che vengono tappate in loco con tappi a corona.

Le caratteristiche dei vini in mescita

Ma cosa c’è dentro a quelle bottiglie? Perché per noi è la parte importante. Il prodotto arriva da aziende chiaramente votate alle grandi quantità a fronte di una qualità organolettica mediamente buona, con materia prima sicuramente sana e grande attenzione sul costo unitario al litro. La distribuzione non ha quasi mai carattere nazionale, molto più probabile la copertura della sola regione o poco più. Altra cosa da tenere presente è che il titolare del negozio ha poco o pochissimo margine decisionale sulla tipologia di vino in vendita, perché molto spesso è legato a doppio filo alla fornitura delle attrezzature di mescita e ad un finanziamento di startup che viene coperto proprio attraverso l’acquisto del vino da rivendere.

Sempre per sommi capi, i vini in mescita sono suddivisi tra quattro o cinque scelte di vitigni internazionali e tre o quattro più legati al territorio regionale, perché il bevitore abituale, vero cliente in pieno target di questi negozi, è in qualche modo comunque affezionato ai vitigni di casa sua.
Ok l’internazionale, ma cosa è lecito attendersi?
Usiamo un po’ di buon senso e di quel famoso spirito saggio che abbiamo detto di aver scoperto: sono vini facili, sono vini che devono sopportare il trasporto, vini fatti per essere disponibili praticamente tutto l’anno, vini che non devono cambiare sapore da un acquisto all’altro, vini che devono costare poco, vini dei quali sia possibile berne due o tre bicchieri a tutti i pasti. Fare un vino con queste caratteristiche vuol dire fare un vino cattivo? No, assolutamente no. Quasi sicuramente è un vino trascurabile, un vino che accompagna e non domina, un vero vino da pasto. Emozioni poche, ok lo posso mettere in conto, ma il portafoglio è più leggero.

Vino alla Spina “on the road” a Treviso

Vi faccio un esempio per capirci. Da qualche mese mi sono trasferito a Treviso. Rispetto a Milano il vino è sicuramente una cosa molto più quotidiana. I prezzi medi in mescita parlano chiaro, un calice sta sotto i 3€ contro i 6€ della media milanese.
Dietro casa ho scoperto appunto una di queste rivendite. Sulle prime confesso che il pensiero di entrare ed assaggiare mi scatenava sentimenti contrastanti, ma la curiosità e la faccia simpatica di Michele, che con il tempo è diventato un amico, hanno prevalso.
Il locale francamente non è la quinta essenza dell’esperienza enoica, ma ha un suo rude fascino, è come entrare in cantina da un amico beone. Un bancone con 8 spine, come al pub, ma sgorga vino. Nello specifico possiamo scegliere tra Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Raboso, di bianco andiamo con Moscato Giallo, Chardonnay, Glera ferma e l’immancabile versione Frizzante (il vitigno del Prosecco)… poi c’è il Rabosello estremamente popolare tra le osterie di queste zone. Trattasi di vero e proprio taglio di Raboso e rosato locale che non necessita di invecchiamento. Lo chiamano vino-rosolio ed effettivamente se non stai attento finisci steso sotto al tavolo senza accorgertene.

La prima volta che ho fatto quattro chiacchiere con Michele, che ad ogni chiacchiera spillava da una spina differente riempiendomi il bicchiere, ho capito che più che un appassionato di vino era un esperto bevitore. Mi parlava del vino proprio per come lo beveva, per come avrebbe voluto berlo. Non abbiamo parlato di “affinamento in legno”, ma del fatto che anche dopo un litro del suo vino non ti viene il classico mal di testa. Anche qui, usiamo il cervello, perché non viene il mal di testa con il vino di Michele? Perché non ha solforosa! Uva presa, pigiata, fermentata e messa in contenitori sigillati appena il vino è pronto. Spinato da bag-in-box, quindi a caduta e senza contatto con l’ossigeno, il tutto a max 5-6 mesi dalla produzione. Inutile la solforosa, mal di testa risparmiato.

Ha tenuto a precisare, Michele, che i suoi bianchi non fanno venire acidità. Come sopra, perché? Perché non dovendo essere “chissà cosa” le uve sono le ultime ad essere raccolte, magari un po’ avanti con la maturazione, perché quelle ricche di acidità sono dedicate a vini che dovranno durare di più sono finite in bottiglia. Quindi un po’ meno acidità naturale, quindi no mal di stomaco. E’ facile. Il rovescio della medaglia è che lo Chardonnay di Michele lo compri e lo bevi ed è semplicemente “un bianco”.
Vino alla spina e taralli da Michele a Treviso
Ad onor del vero tra Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon non si apprezza tutta questa differenza. Un po’ di peperone nel primo, più rotondo il secondo, ma giovani entrambi ed entrambi a 12,5°, ma dove sta il problema? Se ne può bere un bicchiere in più.
L’importante è non aspettarsi un Cabernet francese fine come la seta e complesso come un libro di Eco, ma è pur sempre un vino da 1,90€ al litro. E’ questione di aspettative ed onestà intellettuale.
E poi comunque sono vivi entrambi, hanno un bel frutto, semplice ma netto, tannino poco poco e colore intenso e violaceo, bello nel bicchiere, è il vino da grigliata, è il vino che aveva il nonno a tavola tutti i giorni.

Avevo tanta paura quando è stata l’ora di spinare anche il Glera Frizzante. Per prima cosa però ho notato che tra tutti i vini in vendita era quello dal più alto costo al litro, ben 2,30€, in proporzione molto più degli altri. Ora sappiamo tutti cosa si dice e quale sia la considerazione media del Prosecco da 3€ a bottiglia che spesso si trova nei supermercati. Ha oggettivamente una qualità infima. Ero preoccupato, lo ammetto. Lo guardo, giallo acceso, verdognolo al punto giusto, ok, lo annuso, profumo, si sente profumo di frutta, un naso comune, un po’ prevedibile, ma netto e vivo. Lo assaggio. Buono. Non eccelso, ma buono. Meglio di tanti altri prodotti assaggiati in passato portati a casa da amici o parenti. Abbozzo una conclusione. Questo vino vale più dei soldi che costa e questo è una rarità!

E’ inutile raccontarvi più in dettaglio di questi vini, perché di dettaglio non ne hanno, ma non hanno nemmeno nulla per cui essere criticati. Quante volte avete bevuto bottiglie da 10€ o 12€ che peccavano di acidità scomposta, troppo alcolici, con qualche puzza, tannino acerbo? Qui è impossibile che succeda. E’ stata la rivelazione del segreto di Pulcinella. Se ci pensate onestamente, il Tavernello è un vino perfetto e perfettamente dimenticabile, ma mai difettoso, da qualsiasi punto di vista lo guardiate.

Tutto qui, non voglio dilungarmi oltre, volevo solo farvi riflettere sul tipo di occhi e nasi che usate quando da appassionati vi approcciate ad un vino. Quanta oggettività ci mettete? Quanto pregiudizio? Quanto partite convinti che un vino per essere anche solo considerabile debba raggiungere punteggi dagli 80 in su? (e secondo me i vini di Michele fanno dei bei 78 su scheda ONAV). Se ci valutassimo come persone con gli stessi criteri prevenuti con i quali giudichiamo i vini, quanti di noi si comprerebbero da soli?

Io ringrazio Michele, che da persona normale e qualunque, ma dal cuore sincero, mi ha fatto conoscere i “suoi vini” , che non produce, che non ha idea di come siano fatti, ma che sono vini schietti e quotidiani, veramente quotidiani, come dovremmo forse tornare ad esserlo un po’ tutti.

Del resto se c’è qualcuno che ha scritto le 5 imprescindibili regole per scegliere il vino sfuso, un motivo ci sarà. O no?

PS: ora smetto di scrivere e stapperò un Sassella del 2006, ma giuro che non lo faccio tutti i giorni.

Matteo Luca Brilli, o così piaceva ai miei genitori, che mi hanno graziato della nascita in terra Romagnola, con la R maiuscola, regalandomi così una passione viscerale per il buon bere ed il buon mangiare. Studi di comunicazione a parte ho capito subito che impastare uova e farina accompagnandole con un bicchiere adeguato sarebbe stato il un bel modo di passare le domeniche, e quindi via con i corsi di cucina e poi l'incontro con ONAV, diventando finalmente assaggiatore. Qualche cantiniere mi ha regalato la sua amicizia, qualche Chef ha condiviso i suoi segreti, più di qualche parola è stata messa nero su bianco e tante tante ne verranno ancora.


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Matteo Luca Brilli, o così piaceva ai miei genitori, che mi hanno graziato della nascita in terra Romagnola, con la R maiuscola, regalandomi così una passione viscerale per il buon bere ed il buon mangiare. Studi di comunicazione a parte ho capito subito che impastare uova e farina accompagnandole con un bicchiere adeguato sarebbe stato il un bel modo di passare le domeniche, e quindi via con i corsi di cucina e poi l'incontro con ONAV, diventando finalmente assaggiatore. Qualche cantiniere mi ha regalato la sua amicizia, qualche Chef ha condiviso i suoi segreti, più di qualche parola è stata messa nero su bianco e tante tante ne verranno ancora.